Crossroads · 2/3/4 ottobre 2026

I sette ciceroni

Il percorso è guidato da sette illustri protagonisti della storia goriziana, insieme a centinaia di comparse e artisti. Non semplici personaggi, ma presenze vive che fanno emergere, attraverso le loro storie, idee e visioni, gli elementi che hanno contribuito a costruire la fisionomia della città.

Ritratto inciso di Max Fabiani

Max Fabiani

Sono Max Fabiani, architetto e urbanista, un uomo fatto di sangue slavo, origini carniche, con un'anima profondamente mitteleuropea. La mia vita è stata un continuo viaggio tra Vienna, Lubiana e la mia amata Gorizia, in cui ho scelto di stabilirmi definitivamente nel primo dopoguerra e dove ho vissuto fino alla fine dei miei giorni. Nella Gorizia del primo Novecento ho trovato un ambiente pacatamente borghese, prudente ma affascinante, sospeso tra culture diverse.

In quel clima così misurato ho voluto portare una ventata di novità viennese progettando il Trgovski dom nel 1903. Ricordo ancora come solo la mia autorevolezza, conquistata sul campo a Vienna, riuscì a frenare le resistenze della comunità di fronte a un edificio così innovativo, con i suoi vistosi rivestimenti a rombi e la spettacolare scala ellittica interna.

Dopo il 1918, nonostante le diffidenze dei nuovi reggenti, mi sono dedicato alla ricostruzione di questa terra ferita, disegnando i piani regolatori per Gorizia e il Goriziano, e restaurando con forme eleganti e proporzionate le nostre chiese. Ho guardato Gorizia con il vero affetto di chi ha cercato di fondere il rispetto per l'antico con l'audacia del futuro.

Ritratto inciso di Nora Gregor

Nora Gregor

Sono Nora Gregor, sono nata a Gorizia nel 1901, in questa terra di frontiera dove le anime italiana, slava, germanica e friulana si intrecciavano in quell'armonia goriziana che porto sempre nel cuore e che fu spezzata dalle bombe del 1915, strappandomi dalla mia terra, ma non al sogno di diventare attrice.

Ho studiato recitazione e sono salita sui palcoscenici di Vienna e Berlino, dove Max Reinhardt ha creduto in me. Ho conosciuto successo, Hollywood e Burgtheater: ho dato voce a eroine fragili e fiere, tormentate. Mi hanno definita un essere di inconfondibile incanto, ma dietro la luce del palcoscenico c'era una donna inquieta, sospesa tra appartenenze e desideri.

Nel 1937 ho sposato il principe Ernst Rüdiger Starhemberg. Ma il legame con un oppositore di Hitler mi è costato caro: l'Anschluss e l'esilio in Sudamerica hanno cambiato tutto. Spinta fino in Cile, ho vissuto anni d'ombra e solitudine. Lontana dai miei teatri, sola con mio figlio, ho conosciuto il silenzio dopo gli applausi. Eppure, nel ricordo di chi mi ha vista recitare, vivo ancora.

Ritratto inciso di Carlo Favetti

Carlo Favetti

Sono Carlo Favetti: avvocato, irredentista, uomo del popolo e, per la polizia austriaca, un «individuo nemico del governo». Ho fondato il Giornale di Gorizia, il cui motto, tratto dalla costituzione austriaca, era «ciascuno ha il diritto di manifestare liberamente la propria opinione».

Se guardo la mia Gorizia dell'Ottocento, non vedo una città racchiusa in una piazza, ma un organismo vivo e vibrante: il Rastel, la Spiza, San Rocco, la Plazzuta. Ai miei tempi i ritmi erano lenti e le distanze diverse. La mia Gorizia parlava molte lingue, ma io ho scelto il dialet furlan, il nostro vernacolo goriziano, per dare voce alla gente comune nei miei testi teatrali e nelle poesie.

Il cuore pulsante della città era il Traunic — Piazza Grande — la piazza dove sono nato e da cui mio padre mi cacciò per le mie idee liberali. Pur giudicato «sospetto» anche per il mio abbigliamento bohémien, ho guidato lo sviluppo della Gorizia moderna come segretario comunale, collaborando con cinque podestà. Ho sofferto il carcere e l'esilio per aver sognato Gorizia unita all'Italia, ma il mio legame con questa terra non si è mai spezzato. Fino all'ultimo la mia vita è stata dedicata alla mia Guriza çhara.

Ritratto inciso di Henrik Tuma

Henrik Tuma

Sono nato a Lubiana, ma è a Gorizia che ho lasciato il cuore e speso gran parte della mia vita. Quando vi arrivai come giudice, alla fine dell'Ottocento, trovai una città straordinaria, un crocevia di culture, lingue e tensioni all'ombra dell'Impero asburgico.

Da avvocato e politico, ho vissuto la Gorizia dell'epoca tra profonde divisioni e grandi speranze. Attraverso i miei occhi, la città era un laboratorio sociale: da un lato l'élite italiana, dall'altro la comunità slovena che lottava per il proprio riconoscimento, una causa che ho difeso con energia nella Dieta provinciale. Ma la Gorizia che sognavo andava oltre i nazionalismi. Sentivo il fermento dei lavoratori e per questo ho abbracciato il socialismo internazionale, guidando la rivista Naši zapiski.

Vedevo una città operaia e intellettuale, capace di guardare al futuro oltre i confini. Perfino le mie amate Alpi Giulie, che scalavo e studiavo per trovare pace, erano per me un legame naturale tra i popoli, mai una barriera. Il dopoguerra e la mancanza di cittadinanza mi hanno poi costretto all'esilio, ma la mia Gorizia resta quella della convivenza e delle grandi idee.

Ritratto inciso di Graziadio Isaia Ascoli

Graziadio Isaia Ascoli

Mi vedete come un anziano professore con la barba bianca, ma quel me stesso appartiene a Milano. Io voglio raccontarvi la Gorizia dei miei primi trentadue anni, la città in cui sono nato. Crescere qui, da autodidatta in una famiglia israelita, significava respirare una Gorizia complessa e di frontiera. Le mie giornate da giovane filologo si dividevano tra lo studio dell'ebraico, del tedesco e i vicoli densi di storia.

I miei ricordi più cari sono legati alla contrada del Ghetto, con la mia casa natale e il tempio, e alla zona di Podgora, dove si trovava la cartiera di famiglia. Nel 1848 la politica mi strappò ai libri. Insieme a intellettuali come Favetti e il rabbino Reggio, sognavo una Gorizia italiana, tollerante e concorde. Sostenevo che questo popolo fosse indubitatamente italiano per lingua e costumanze, ma volevo un'Italia che rispettasse le altre culture che vivevano da sempre con noi.

Il mio pamphlet politico nacque proprio nella Piazza Grande, stampato dalla tipografia Paternolli. Gorizia era un microcosmo culturale: qui ho concepito i miei studi di glottologia prima di trasferirmi a Milano. Se socchiudo gli occhi, rivedo quella piazza che ho tanto amato.

Ritratto inciso di Carolina Luzzatto Coen

Carolina Luzzatto Coen

Avrei voluto nascere uomo: chissà cosa avrei fatto per la mia Gorizia! Invece, nella metà dell'Ottocento, ho dovuto sfidare chi mi voleva solo a pentole e fornelli. Il mio nome è Carolina Luzzatto Coen. Sono nata a Trieste e sono diventata goriziana per matrimonio, scoprendo una città che ho amato profondamente.

Una Gorizia complessa, in cui l'italianità che difendevo si scontrava con i mutamenti demografici e la crescita della componente slovena, trasformando la vita culturale in un terreno di aspre e appassionate battaglie identitarie. Pur essendo suddita dell'Impero Asburgico, il mio cuore batteva per l'Italia fin dalle speranze tradite del 1848. Così ho fatto del giornalismo la mia vocazione, guidando il Corriere di Gorizia dal salotto di casa mia.

Più che per rivendicare un primato femminile, ho lottato con la penna per l'anima italiana di questa terra di frontiera, pagando un prezzo altissimo: i drammi familiari, l'arresto in vecchiaia e la casa distrutta dalle bombe. Oggi un'epigrafe mi ricorda con l'aggettivo «virile». Ma io ero solo una donna, fiera di aver combattuto per la sua Gorizia e sepolta nel tricolore, anche se oggi la mia tomba a Valdirose riposa in territorio sloveno.

Ritratto inciso di Carlo Michelstaedter

Carlo Michelstaedter

Sono nato a un passo da qui, in una casa affacciata sulla Piazza Grande. Ricordo di quel giorno — e non ditemi che non è possibile ricordare — la musica della banda in piazza, e lo scroscio del temporale che l'ha interrotta. L'idea della musica mi è rimasta nell'anima: la musica trascendentale, eroica, quella di Beethoven.

Piazza Grande: la finestra di casa si affacciava sul cuore della Gorizia dei miei giorni. Lì vicino c'era l'agenzia di cambio di papà, l'arcivescovado, la casa di zia Carolina, la via dei Signori, e più oltre, nascosta tra le case di via Ascoli, la nostra sinagoga. In Piazza la fontana del Nettuno, le bancarelle del mercato, il divertimento della fiera di Sant'Andrea. Da lì iniziava Via Rastello, con le botteghe e i volti familiari.

Gorizia mia, ho sognato il mondo lontano da te, dove tutte le strade erano già segnate, dove tutto distava solo pochi passi. Pensavo di andarmene lontano per tracciare da me la mia strada. Non ero un sognatore, ero solo un ragazzo. Ho sognato un futuro. Non volevo morire a ventitré anni, ma non voglio parlare della mia morte: vorrei raccontarvi della mia prevedibile Gorizia, dove sono riuscito a portare un pizzico di imprevedibilità.

Un evento ideato e realizzato da Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia

Gorizia accoglie il festival FRONTIERE / MEJE

FRONTIERE — Dove i mondi si incontrano